O CON PRODI O CON I MOVIMENTI

 

“Innovazione e competizione”: sono il biglietto da visita che Fassino e Rutelli esibiscono alla borghesia italiana per presentare le intenzioni di un futuro governo di centrosinistra. E, guarda caso, sono le stesse parole con le quali la Confindustria di Montenzemolo s’appresta a cambiare cavallo. La filastrocca è nota e basta sfogliare i quotidiani per rendersi conto che nulla è cambiato nelle file del centrosinistra: lo stato sociale “va aggiornato” (Rutelli), “la riforma del Welfare è essenziale” (Amato), la flessibilità non va messa in discussione ma “regolata” e la riforma delle pensioni va attuata “con gradualità” (Fassino).

Non capiamo dunque a cosa si riferisca il compagno Bertinotti quando dice che "l'asse del centrosinistra su molte questioni" si sarebbe "più riavvicinato che allontanato dalle nostre posizioni e da quelle dei movimenti" (Liberazione, 24 ottobre). Oggi come ieri, il centro liberale dell’Ulivo (maggioranza Ds, Margherita, Sdi) si candida a rappresentante privilegiato del padronato italiano: la prospettiva che un secondo governo Prodi offre è fatta di disoccupazione e precarietà per moltissimi giovani, di attacchi pesanti nei confronti della classe operaia, di esclusione per gli immigrati. Montezemolo lo sa bene: i liberali dell’Ulivo -a differenza del Polo- potranno garantire la ripresa di una tattica concertativa funzionale al dispiegarsi di politiche antioperaie in un contesto di pace sociale. Non è casuale il fatto che anche la piccola e media impresa oggi non si senta più rappresentata dal centrodestra e contrapponga al federalismo berlusconiano l’“esemplare” operato della regione Toscana.

La nascita della “Grande Alleanza Democratica” si inserisce in questo quadro: è il tentativo di inglobare il nostro partito in un “progetto trasversale” (per usare le parole di Montezemolo) che possa garantire la difesa degli interessi padronali, col Prc relegato al ruolo di ammortizzatore del conflitto sociale. Al di là delle migliori intenzioni, questa è la valenza che avrebbe l'entrata in un Prodi bis o anche l'appoggio esterno (a differenza dei dirigenti dell'Ernesto e di Erre non crediamo che vi sarebbe una sostanziale differenza tra le due cose).

Per questo ci sembra grottesco che l’alleanza di governo coi banchieri venga presentata come esito di un presunto mutamento di linea dell’Ulivo provocato dalle lotte di questi anni. Al contrario i movimenti e le lotte sarebbero immolati sull'altare degli interessi di un'altra classe che Rutelli e Fassino continuano imperterriti a rappresentare.

 

Quanto è cambiato il centrosinistra?

Il governo Berlusconi sta sferrando un pesantissimo attacco nei confronti della scuola e dell’università: con l'annunciata ulteriore destrutturazione del percorso universitario, i tagli ai finanziamenti, l’aumento vertiginoso delle tasse universitarie, l’introduzione della figura del tutor, la precarizzazione della ricerca prevista dal ddl Moratti. Si tratta di una serie di misure che mirano allo smantellamento dell’istruzione pubblica.

Il centro liberale dell’Ulivo non solo non attua alcuna seria opposizione -trattandosi di politiche in continuità con quelle attuate dai governi ulivisti- ma dichiara di voler a sua volta rimettersi all'opera partendo dagli assi della controriforma Moratti.

In ambito lavorativo, la condizione di ricattabilità per le nuove generazioni è la norma: contratti a termine, utilizzo del lavoro interinale, assenza di tutele, retribuzioni miserrime. Anche in questo caso, i liberali dell’Ulivo hanno le idee chiarissime: il pacchetto Treu è da rivendicare, la legge 30 solo da ritoccare!

Ma non è finita qui: per avere un’idea chiara di quanto sia “cambiato” il centrosinistra bisognerebbe ricordarsi che i centri di permanenza temporanea per gli immigrati non sono mai stati messi in discussione; che le regioni governate dal centrosinistra sono all’avanguardia nello smantellamento dei servizi pubblici; che nessuna vera presa di posizione a favore del ritiro delle truppe in Iraq è stata presa (la Gad anzi propone un futuro ricambio di truppe coloniali, con caschi di colore diverso). Ci vuole una notevole immaginazione per riuscire a scorgere in tutto questo i segni di un cambiamento.

In realtà -lasciando l’immaginazione ai poeti e confrontandoci con i fatti- si constata che solo una cosa rischia di cambiare: il Prc. La futura collaborazione governativa compromette la possibilità di rivolgere a tutti i movimenti, a tutta la sinistra sociale, ai tanti giovani che si sono affacciati alla lotta in questi anni, l’unica proposta di reale alternativa: la proposta di un polo autonomo di classe, contrapposto ai due poli politici della borghesia italiana.

 

Movimenti, disobbedienza, non violenza

Già oggi, infatti, le trattative con i liberali ci stanno allontanando da quei soggetti che dovrebbero essere i referenti del nostro agire, pregiudicando la possibilità di un percorso comune per l’autonomia di classe e catapultandoci dall’altra parte della barricata. È un fatto che riscontriamo nelle difficoltà di relazione coi movimenti che come Giovani Comunisti stiamo conoscendo.

Il centro liberale dell’Ulivo impone oggi al Prc prove di "affidabilità" da esibire alla borghesia: e in questo percorso di esami la marcia verso il governo si sta traducendo anche in un processo di revisione ideologica che ci allontana dallo stesso movimento antiglobalizzazione. Basta pensare alla celebrazione della nonviolenza: una posizione assurda, tanto più in una fase storica segnata dal dispiegarsi delle politiche aggressive dell’imperialismo, dall’esplosione dello scontro di classe su scala internazionale, dall’inasprirsi della repressione di piazza e della violenza dello Stato borghese, dall’accentuarsi della violenza quotidiana dello sfruttamento. Una posizione che ci pone in contraddizione con le nuove generazioni scese in piazza in questi anni per rivendicare “un altro mondo possibile” e che ci allontana persino dalle migliori potenzialità della disobbedienza (che molti giovani hanno inteso quale vettore di un altro mondo possibile, non certo come obbedienza a Prodi e all’Europa dei banchieri).

Criticare queste scelte chiedendo una trattativa coi liberali sui programmi (come fa l'Ernesto), o auspicando un maggior coinvolgimento dei movimenti quale premessa di un possibile accordo programmatico (come fa Erre), significa avallare nei fatti il processo in atto. L’unico modo per interrompere il percorso sciagurato intrapreso –l’unico modo per garantire un’opposizione comunista in Italia- è prendere atto della natura di classe della maggioranza Ds e della Margherita e individuare in queste forze la controparte delle nostre lotte e non i soggetti di una possibile trattativa. Per questo la proposta di un polo autonomo di classe, da rivolgersi ai milioni che si sono mobilitati negli ultimi anni, è l'unica che può evitare alla nuova generazione protagonista di queste lotte il vicolo cieco di una nuova sconfitta proprio quando abbiamo davanti la possibilità di imboccare la strada (certo lunga e difficile) di una alternativa vera, anticapitalistica, rivoluzionaria.

 

Fabiana Stefanoni (Coordinamento Nazionale Giovani Comunisti)

Nicola di Iasio (Coordinamento Nazionale Giovani Comunisti)